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Orsi polari dell’Artico in pericolo per l’inquinamento

Pubblicato da Orso polare il giorno 30 gennaio 2010 1 commento - Ultime sulle Svalbard

La sopravvivenza a lungo termine degli orsi polari sta per essere minacciata dall’inquinamento prodotto dall’uomo che sta raggiungendo l’Artico.

Questa conclusione viene da un’importante analisi di ricerca su come i prodotti chimici industriali come il mercurio e l’organoclorina colpiscono gli orsi.

L’analisi suggerisce che questi prodotti chimici hanno una gamma di effetti subclinici.

Quando messi insieme, questi possono avere un impatto drammatico e potenzialmente fatale sulle ossa, gli organi e i sistemi riproduttivi e immunitari degli orsi.

L’analisi comprende più di un decennio di ricerca nell’effetto dell’inquinamento sugli orsi e è pubblicata nella rivista Environment International.

Una gamma di sostanze inquinanti raggiunge la regione polare artica, trasportata attraverso l’aria e l’acqua.

Queste includono metalli tossici come il mercurio, i contaminanti organo-alogeni che includono le organoclorine e gli eteri difenil-polibrominati e i composti perfluorinati, che sono usati industrialmente nei fluidi isolanti, come i fluidi refrigeranti, in schiume e parti elettroniche e come agenti per il controllo degli insetti nocivi.

Queste sostanze chimiche sono spesso lipo-solubili e si accumulano nel grasso di grandi animali, che sono poi mangiati da predatori come gli orsi polari.

Questi predatori sono poi esposti a livelli sempre più concentrati di tossine.

Ma l’impatto di queste tossine sugli orsi polari è stato difficile da misurare, con i soli precedenti studi fatti dall’Arctic Monitoring and Assessment Programme nel 1998 e nel 2004.

Questa è una festa, perché è logisticamente difficile prendere ripetutamente molti campioni di sangue e tessuto da orsi polari vivi.

Inoltre, soltanto animali in perfetta salute che non sono clinicamente malati possono essere campionati, facendo apparire l’intera popolazione più sana di quanto sia già.

Così lo scienziato veterinario e esperto di orsi polari Dr Christian Sonne, del Department of Arctic Environment alla Aarhus University in Danimarca, condusse la prima analisi di tutta la ricerca pertinente sugli effetti sulla salute di queste sostanze contaminanti sugli orsi polari.

La sua nuova analisi include i risultati di più di 200 campioni di organi e tessuti del cranio presi da 80 orsi nella Groenlandia dell’est fra il 1999 e il 2009, oltre alle ripetute misure e le osservazioni degli orsi che vivono nell’arcipelago delle Svalbard.

Questi studi rivelano un numero di effetti nocivi associati ai contaminanti industriali.

Comunque, questi studi possono soltanto mostrare che le sostanze contaminanti sono correlate con gli effetti nocivi, non che li causano.

Orsi e cani

Così il Dr. Sonne investigò sugli impatti diretti delle sostanze inquinanti dell’Artico su due altri grandi predatori che vivono nella regione, le volpi artiche norvegesi e i cani da slitta della Groenlandia.

Nel 2003 i ricercatori iniziarono uno studio di due anni in cui nutrirono le volpi artiche con grasso di foca pulito e contaminato. Una sola volpe di una coppia di fratelli fu nutrita con grasso pulito, mentre l’altro fratello mangiò cibo contaminato.

Avendo eliminato tutte le altre influenze, come il genere e l’età, i ricercatori mostrarono che le volpi esposte a sostanze inquinanti a livello ambientale subiscono gli effetti nocivi.

Per esempio, il PCB provoca cali nella densità delle ossa e danneggia il fegato, il mercurio e l’organoclorina causa lesioni renali, mentre l’OHC altera la quantità di vitamine che circolano nel sangue.

Effetti simili furono trovati in studi comparabili sui cani da slitta della Groenlandia.

“Gli studi degli orsi polari sono correlativi, ma questo non significa che si possa concludere con un “causa ed effetto”, spiega il Dr. Sonne.

“E’ quindi importante includere cani e volpi come modelli di specie, perché si usano specie molto simili agli orsi polari, specie che erano esposte a cibi simili a quelli degli orsi polari.”

L’impatto sugli orsi è probabilmente più grande di quegli effetti mostrati negli studi.

“E’ davvero importante capire che tutti gli organi sono collegati,” dice il Dr. Sonne.

Quindi le sostanze nocive individuali potrebbero avere soltanto effetti leggeri e non clinici su particolari parti del corpo di un orso.

Ma di comune accordo l’impatto complessivo può essere devastante, riducendo l’abilità di un individuo alla caccia, a riprodursi e a resistere alle malattie.

“Dopo essere stato molto scettico, ora sento che l’impatto sugli orsi potrebbe essere vero,” dice il Dr. Sonne.

Impatto sul clima

Egli conclude anche che il cambiamento climatico aggraverà l’impatto delle sostanze inquinanti sugli orsi.

Come il livello del ghiaccio marino scenderà alle temperature calde, gli orsi polari digiuneranno più a lungo.

Questo potrebbe significare che essi mangiano sempre meno foche e quindi sostanze nocive complessivamente.

Ma dovranno bruciare grasso per compensare.

Questo rilascerà concentrazioni maggiori di tossine nel sangue dalle loro riserve di grasso, dice il Dr. Sonne.

Ciò causerà ulteriori malattie, indebolendo gli orsi che saranno già in condizioni più cagionevoli e potrebbero essere esposti a nuovi e più patogeni virulenti capaci di sopravvivere nell’Artico più caldo.

La ricerca del Dr. Sonne è stata pubblicata una settimana fa dopo un altro studio separato pubblicato nella rivista Arctic, e ha mostrato che gli orsi polari nel Mare di Beaufort del sud nell’Oceano Artico stanno comparendo più frequentemente sulla terra e l’acqua aperta e meno sul ghiaccio.

- Libera traduzione da Arctic polar bears imperilled by man-made pollution.

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1 commento »
  1. [...] ossa di un certo numero di orsi della Groenlandia; per essere più precisi, come scritto sul sito http://www.svalbard2009.it/ultime-sulle-svalbard/orsi-polari-dellartico-in-pericolo-per-inquinamento... , «la sua nuova analisi (del Dottor Sonne, ndr) include i risultati di più di 200 campioni di [...]

    Pingback di Orsi polari senza pace | Ambiente & Ambienti — 5 novembre 2011 @ 12:43

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